
Marco Iacoboni I neuroni specchio. Come capiamo ciò che fanno gli altri. Bollati Boringhieri Ed. 2008, € 20,00
Lettura - commento a cura del prof. Mario Lambiase
1^ Parte
“Ci siamo evoluti per stabilire relazioni profonde
con altri esseri umani: la nostra consapevolezza
di questo fatto può e dovrebbe avvicinarci
sempre di più gli uni con gli altri”(Iacoboni, pag.232)
Il libro di Marco Iacoboni sui neuroni specchio, a chi ne ha curato la recensione, ha fatto un effetto particolare (in senso positivo si intende!): appena terminata la lettura dell’ultima pagina (di cui l’incipit in epigrafe è l’ultima frase), è venuta la voglia di rileggerlo da capo nel dubbio che gli possa essere sfuggita qualche chicca di un grosso lavoro teorico e applicativo intorno alla “teoria” dei neuroni mirror.
Siamo davanti a un libro scientifico e divulgativo nello stesso tempo, che sembra ampliare il magistrale libro di Rizzolatti e Sinigaglia:“So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio” (Ed. Cortina, 2006)
Iacoboni si rivela subito un entusiasta dei neuroni mirror e soprattutto delle sue applicazioni nel campo della ricerca neurologica e oltre.
L’autore non cessa di farci meditare su quanto vasto e incredibile possa essere l’intervento dei mirror nei più svariati e complessi intrecci della nostra vita, dai piccoli eventi di tutti giorni alla complessità della cultura, dai più semplici problemi quotidiani a quelli enormi della società del mondo contemporaneo.
Ma non vogliamo anticipare le sorprese che specie negli ultimi capitoli ci riserva questo libro, che tutti coloro che si interessano di scienze del cervello e delle basi più profonde dei comportamenti umani, dovrebbero leggere con accuratezza e soprattutto senza fretta.
Ma andiamo per ordine: Iacoboni appartiene con orgoglio, di cui fa ripetutamente sfoggio, al gruppo dei Parmensi (Di Pellegrino, Gallese, Buccino, Fadiga, Fogassi, Umiltà, Dapretto ed altri) che intorno a Rizzolatti a partire dagli anni 90 del secolo scorso hanno portato avanti quella che si può considerare, non a torto, una delle maggiori scoperte per le scienze del cervello del XX° secolo.
Non è per caso che sul retro copertina del libro, l’editore Bollati Boringhieri abbia voluto riportare una frase un poco enfatica, ma sicuramente efficace, di uno studioso del cervello, estroso e brillante, come il neuroscienziato indiano Vilayanur Ramachandran che recita così:
“I neuroni specchio sono per le neuroscienze ciò che il DNA è stato per la biologia”.
Anche se il paragone è un poco forte, per alcuni versi si avvicina alla verità per la vastità dei problemi che la scesa in campo dei neuroni mirror sta mostrando, non solo per le scienze del cervello ma anche in campi applicativi generali e specifici (vedi autismo) che da tale conoscenza ne discendono.
Non staremo qui a spiegare in dettaglio il funzionamento di questa classe di neuroni che ha scompigliato le carte e agitato le tranquille acque della nostra conoscenza del modo di funzionare del cervello.
Di ciò abbiamo parlato lungamente in molti numeri di questa rivista, soprattutto quando si è trattato di ipotizzare una loro responsabilità in alcuni aspetti fondanti della sindrome autistica e una loro possibile implicazione nei meccanismi di recupero e di ristorazione di funzioni cerebrali danneggiate (ma non distrutte), presenti in questa condizione cerebrale (vedi Lambiase: Esistono i comportamenti autistici transitori o reversibili?: d’Or. n° 11, Ott, 2008).
Dopo un scorsa ai primi capitoli del libro desidereremmo correre subito al capitolo sesto, quello che va da pagina 137 a pagina 175 e che raccomandiamo di non perdere assolutamente ai nostri lettori interessati all’autismo, capitolo a noi carissimo e dal titolo molto suggestivo di “specchi in frantumi”.
Comunque, teniamo sospesa per un poco la nostra curiosità e cominciamo dalle prime parole del capitolo uno pag. 1: “Se ci riflettiamo a fondo, cos’è che facciamo tutto il giorno noi esseri umani? Interpretiamo il mondo, e soprattutto le persone che ci troviamo di fronte”.
In effetti il ruolo principale affidato ai neuroni specchio è quello di capire il mondo e, in special modo, le credenze, le necessità, le intenzioni e le emozioni degli altri su cui regolare poi il nostro comportamento istante per istante, e ciò lo facciamo codificando in un modo naturale le intenzioni associate alle azioni.
Se si salta questo snodo fondamentale, il mondo e in particolare quello degli umani, diventa un enigma inesplicabile, nel quale non sapremmo più muoverci con naturalezza e efficacia fino a cacciarci in un angolo buio e disperato del quale la condizione autistica rappresenta l’estremo lembo.
Inoltre, il mondo non ci è dato così com’è. Esso richiede un processo attivo di comprensione (verstehen) a cui partecipano in modo elettivo i neuroni specchio mediante il meccanismo dell’imitazione che è a base degli apprendimenti, non ultimo quello del linguaggio che diventa uno degli elementi portanti della comunicazione.
Intendiamoci, nel cervello non ci sono solo i neuroni specchio e non tutto il “miracolo” della cognizione e della operatività è attribuibile a questa classe di neuroni.
Non vorremmo che il tornare ripetutamente su questo argomento, ci facesse passare per dei fanatici che vedono le cose solo da una prospettiva trascurando il resto.
I neuroni “speciali” sono solo una parte e forse nemmeno troppo grande, del nostro immenso patrimonio (la cifra di dieci miliardi complessivi del nostro cervello, ci dice qualcosa?) e delle astronomiche possibilità di connessioni che tutti questi neuroni possono realizzare tra loro (si è calcolata una cifra formata dal numero 15 seguito da tre miliardi di zeri) o quello delle sinapsi (intorno ai 500.000 miliardi).
Sebbene costituiscano una parte piccola di questo patrimonio, i mirror si possono considerare una classe speciale, definibile, con un’impertinente metafora, “plebea” quando lavorano per le piccole incombenze quotidiane e “aristocratica” quando si occupano dei piani alti della nostra cognizione.
La loro specializzazione nel corso dell’evoluzione ha conferito al nostro cervello alcune caratteristiche particolari di cui esibiamo vanitosamente il privilegio rispetto ai nostri antenati, ma se usate malamente ci fornisce anche un “pericoloso” modo di interagire con gli altri. Di ciò acutamente Iacoboni intravede il pericolo e si sofferma con forti argomentazioni nella parte ultima del libro.
Dall’entrata in gioco dei neuroni specchio origina l’intreccio incredibile di competenze che, supportate da questa straordinaria invenzione della natura, fa sì che nel cervello del bambino si formi un singolare impasto di percezioni-azioni-cognizioni-emozioni, che lo portano quasi per mano (la metafora della mano non è casuale) a varcare le soglie dell'intersoggettività, della socialità, della comunicazione, della fantasia, dell’immaginazione, del linguaggio e così via.
Nulla potremmo fare molto a favore della nostra sopravvivenza prima, e per l’abitazione del mondo “in modo umano” poi, se non avessimo un sistema a nostra disposizione che ci guidasse a leggere le azioni degli altri e a interpretarle in termini di scopi, di intenzioni, di credenze, di bisogni, di necessità, e così via su cui eventualmente ritagliare istante per istante i nostri comportamenti.
Tutto ciò partendo da un meccanismo piuttosto semplice, che ha bisogno solo di essere utilizzato e addestrato in una progressiva pedagogia, nascente dall’incontro “ sé-altro da sé” che porta a acquisire pian piano al “piccolo scienziato” (il bambino in crescita), competenze da e sul mondo sempre più complesse e efficaci atte a conoscere il mondo stesso e a controllarlo mediante la motricità. É il caso, ad esempio, di un bambino di sei mesi che non è in grado di prevedere dove la mano sta portando un giocattolo, cosa che gli riesce possibile e naturale invece a un anno (pag. 141).





