Centro Ricerche sull’Autismo dell’Istituto Don Orione. Ercolano (Napoli)
Coordinatore Scientifico Prof. Mario Lambiase
Francesca De Luca
Neuropsicologa
Riflessioni su neuroni specchio e autismo
“L’autismo è una particolare forma
di esistenza che si costruisce intorno ad
alcune difficoltà iniziali nella costituzione
di una evidenza del mondo”
F. Barale (2008)
É stato affermato che l’abilità di imitazione sia uno dei più grandi difetti presenti nell’autismo (Rogers,1999).
Sembra che i bambini con autismo abbiano grande difficoltà di apprendimento per imitazione ma mettono in atto un gran numero di comportamenti “eco”, sia vocalmente che fisicamente. Ciò avverrebbe per una dissociazione del gesto fisico o vocale dal suo significato sociale.
Secondo la teoria dei neuroni specchio supponiamo che: “[...] attraverso l’imitazione e la mimica siamo in grado di provare ciò che provano le altre persone. É l’essere in grado di provare ciò che provano le altre persone, che ci rende capaci di rispondere in modo compassionevole ai loro stati emotivi” (Iacoboni, 102).
I primi segni delle competenze sociali innate sono i fenomeni di imitazione primitiva (Meltzoff, 1977), all’opera già a poche ore dalla nascita, che traducono immediatamente la prospettiva corporea dell’interlocutore nella propria. Si viene a formare lentamente una vera intercorporeità originaria, cioè veri schemi innati della relazionalità, che sono alla base di una intersoggettività originaria, di una “precomprensione” della socialità.
A partire da questi fondamenti si organizza via via una evidenza naturale del mondo interumano (Traverthen, 1998).
Nell’autismo quella che appare alterata è la matrice biologica dell'intersoggettività perchè non viene a formarsi la consonanza intenzionale che è resa possibile dal fatto che noi condividiamo con gli altri, mediante l'intervento dei sistemi specchio, non solo le stesse azioni degli altri ma anche i meccanismi nervosi che le sottendono.
Grazie alla consonanza intenzionale, l’altro è molto più che un sistema rappresentazionale, l’altro diviene un altro “sé”: I am like you, because you are like me. Si crea così un ponte implicito con l’altro (Gallese, 2007).
Vi sono molte evidenze che portano a pensare che il principale deficit nell’autismo sia il malfunzionamento dei neuroni specchio (Williams, Vhiten e Perret, 2001; Gallese, 2003, 2006, 2007, 2008; Avaikainen, 2006; Oberman et.al. 2005; 2006; Pineda 2005-2006; Ramachandran e Oberman 2006; Hadjiakhani et.al 2006; Dapretto et. al 2006).
Una correlazione significativa tra funzionamento del sistema mirror e gravità della condizione autistica è stata dimostrata da eleganti ricerche eseguite con tecnica fMRI da Dapretto et al. (2006): a una più grave compromissione del quadro clinico corrispondeva una più scarsa attività nelle aree dove erano presenti i neuroni mirror.
Anche Hadjiakhani et. al. (2006) in un gruppo di autistici ad alto funzionamento, comparato con soggetti normali studiati con tecnica neuro funzionale, trovarono “local decreases of gray matter” solo negli autistici nelle aree tipiche in cui erano concentrati i neuroni mirror e nelle aree correlate al riconoscimento delle emozioni e della cognizione sociale. L’entità dell’assottigliamento corticale era correlato alla gravità dei sintomi.
Da qui la conclusione che i deficit sociali e emozionali caratteristici dell’autismo, potessero riflettere un’abnorme ipofunzione e/o disfunzione di queste regioni coinvolte a loro volta in più ampi network cortico-sottocorticali.
Iacoboni (2008) esprime molto bene il concetto che nell’autismo sono compromessi fondamentalmente gli aspetti del comportamento in una catena intenzionale orientata al conseguimento di uno scopo. In effetti farebbero difetto, o verrebbero espressi in modo anomalo, i meccanismi intenzionali, cioè proprio quelli che sono sostenuti dall’azione dei neuroni specchio.
Ci si potrebbe chiedere cosa succede, quando i movimenti non sono intenzionali (cioè diretti a uno scopo) come, ad esempio, quando si apre o si chiude una mano, o si muovono semplicemente le dita, o si sposta un piede, condizioni in cui ci troviamo di fronte a movimenti intransitivi, cioè senza oggetto e non dotati di scopi.
A questo proposito è interessante riportare lo studio di Ramachandran, Altschuler et al. (1997, 2000); essi osservarono dapprima il tracciato di un soggetto autistico ad alto funzionamento e successivamente quello di dieci soggetti autistici versus dieci soggetti normali di controllo. Venne così osservata la prevista soppressione delle onde “mu” nei soggetti di controllo, sia quando muovevano le mani sia quando guardavano il filmato di una mano in movimento (si trattava di un atto non significativo), mentre nei soggetti affetti da autismo l’attivazione avveniva solo quando a essere mosse erano le mani dello stesso soggetto esaminato (figura 1) .
Dimostrazione del ritmo “mu”nei soggetti normali e in quelli autistici
(da Ramachandran e Oberman (2008): “ Specchi infranti”. Le Scienze 460, pag. 63-69.)
Normalmente l'attività dei neuroni della corteccia premotoria sopprime l'onda “mu”, un elemento dell'attività del cervello rilevabile con l’elettroencefalogramma. Le onde “mu” sono state studiate in soggetti normali e autistici intenti a eseguire movimenti volontari e che in seguito guardavano un video con le stesse azioni.
COMPIERE L’AZIONE
I neuroni di comando motorio scaricano ogni volta che una persona esegue un movimento dei muscoli volontari. I ricercatori hanno chiesto a tutti i soggetti di aprire e chiudere la mano.
Queste evidenze vengono interpretate come prova della mancata entrata in funzione dei neuroni specchio nella condizione autistica.
Nel soggetto normale la sospensione del ritmo “mu”, durante l' esecuzione-osservazione, avviene sia per movimenti transitivi dotati di scopi, sia per movimenti intransitivi, sia che essi siano dotati di significato, sia che ne siano privi.
In conclusione, gli studi elettroencefalografici dimostrano che i neuroni specchio si attivano nel soggetto normale sia quando si osservano movimenti transitivi, sia intransitivi, sia intenzionali sia non intenzionali, diversamente da quanto accade negli autistici.
Questo è confermato anche da David Dobbs (2007, 80) che si esprime così: “[...] anche noi nella nostra mente compiamo azioni che vediamo compiere da un altro individuo. In altre parole ripetiamo mentalmente o imitiamo ogni azione di cui siamo testimoni, sia che si tratti di una capriola o di un sorriso appena accennato".
Certamente questa attività simulativa deve essere in qualche modo filtrata, regolata, ordinata, affinché possa essere trattata e processata dalle strutture neurali specifiche e anche le simulazioni che continuamente si verificano nei mirror, hanno bisogno di una sorveglianza da parte di qualcosa che assomigli a un “sopragoverno” che regoli e inibisca tutte quelle osservazioni-simulazioni che non devono passare nel sistema motorio effettore.
In effetti non viene imitato tutto ciò che viene visto: ciò si tradurrebbe in una attività “camaleontica” (Iacoboni, 2008) e sarebbe fortemente disastroso ai fini dell’economia della vita interna e di relazione.
Dunque, affinché vi sia “imitazione” è necessario che sia presente e attivo anche un sistema di controllo sui neuroni specchio.
Questo controllo secondo Rizzolatti e Sinigaglia, deve essere duplice, facilitatorio e inibitorio:
“[....] deve facilitare il passaggio dall’azione potenziale, codificata dai neuroni specchio nell’esecuzione dell’atto motorio vero e proprio qualora ciò sia utile all’osservatore, ma deve essere anche in grado di bloccare un simile passaggio. Diversamente, la vista di qualunque atto motorio dovrebbe immediatamente tradursi nella sua replica. Per fortuna non è così” (ibidem, pag. 145).
Affinché tutto il sistema funzioni in modo economico, corretto e teleologicamente utile, specie in fase di apprendimento, occorre ipotizzare che di fronte all’enorme, continuo repertorio di atti motori che si offre alla nostra osservazione, vi debbano essere uno o più strumenti neurali (veri apparati specializzati) che orientino, distinguano, selezionino gli stimoli in ingresso.
Occorre pensare che questo ipotetico “sopragoverno” funzioni anche come una specie di istruttore che dica al sistema quale azione va mandata nel codice neurale e quale no, altrimenti codificheremmo indifferentemente l'intero universo dei movimenti degli altri.
É certo che si apprende continuamente dal mondo degli altri e poiché probabilmente parte delle imitazioni non sono utili, una grande quantità delle azioni (viste o udite) non vanno codificate, mentre solo una parte rimane immagazzinata e come direct maching codificata e messa a disposizione dei successivi riconoscimenti, arricchendo e aggiornando senza posa il “vocabolario” senso-motorio di gesti e di competenze da e sul mondo.
Nonostante siamo immersi continuamente in un universo senso-motorio variegato, complesso e mutevole, attraverso lo strumento intelligente dell'apprendimento selettivo, vengono prevalentemente selezionati tra i tanti movimenti osservati, quegli atti motori (cioè dotati di intenzionalità, significati, scopi) biologicamente utili, necessari per rispondere prontamente alle richieste avanzate continuamente dall’ambiente.
Diversamente, in molti casi di autismo si osservano manifestazioni motorie aberranti: mal destrezza, goffaggine, movimenti ecoprassici, disprassici, iterati inutilmente nel tempo e nello spazio, frammenti di movimenti senza scopi, gesti inspiegabili, stereotipie, posture stranissime.
Si tratta di bambini che toccano continuamente oggetti presenti nell’ambiente, che li lasciano, li afferrano, li tornano a manipolare in un affaccendamento interminabile e afinalistico, dove sembra assente ogni progetto d’azione intenzionale e l’azione stessa si perde in un cincischio continuo che non approda a niente.
Queste “bizzarrie motorie” potrebbero essere il risultato della perdita del controllo da parte di un “sistema sovramodale” che sembra non più in grado di intervenire sul movimento stesso armonizzandolo e finalizzandolo allo scopo.
É vero che movimenti fuori programma compaiono talvolta in modo involontario anche in persone normali. Sono movimenti senza scopi, tipo: smorfie, battere le dita sul tavolo, oscillare le gambe quando si sta seduti, tamburellare, portare le mani alla testa, grattarsi il capo, intrecciare le dita tra loro, giocherellare con un oggetto tra le mani.
Tuttavia, osservando bene e a lungo soggetti autistici, si riceve l’impressione che via sia effettivamente nel loro sistema motorio qualcosa di eccessivamente anomalo un “deposito/accumulo” di movimenti, di schegge di atti motori o anche di atti motori completi, che possono disordinatamente venire espulsi da un sistema mancante di un controllo inibitorio e che non coopta più scopi e intenzioni dell’azione con i movimenti a essi correlati e anche con il contesto, le richieste dell’ambiente, le necessità del momento.
Questi movimenti aberranti, privati di una corretta pianificazione (qui si ipotizza un deficit delle funzioni esecutive) finiscono per sfociare in una motilità anomala e anarchica invadente lo spazio fisico circostante in modo in-significante, ripetitivo, ridondante, bizzarro, talvolta perfino pericoloso, fino a un caos operativo senza fine.
I dati riportati in letteratura (Rogers, 1999) sono a favore del fatto che i soggetti autistici difettano nella capacità di imitare. Tuttavia ciò non è del tutto esatto, dal momento che è possibile, in alcuni casi, innescare un trattamento psicoeducativo su base imitativa che consente al soggetto autistico di imparare gesti semplici (Lambiase, 2004).
Secondo Vivanti (2009), che ha studiato a fondo il problema, la competenza imitativa va vista non come un meccanismo semplice, ma piuttosto come un sistema complesso, mediato da una serie di processi specifici e interconnessi includente tra gli altri:
· l’attenzione visiva.
· la motivazione sociale.
· la comprensione dei segnali comunicativi.
· l’integrazione di molteplici fonti di informazioni (coerenza centrale).
· la memoria a breve termine
· la trasformazione del segnale visivo in schema motorio (neuroni specchio).
· le funzioni esecutive
Si vede quindi quanto sia necessario per l’imitazione anche il concorso dei sistemi esecutivi frontali con tutte le loro abilità e competenze. (Grossi e Trojano, 2005).
Secondo Vivanti: “[...] nessuna delle componenti che fa funzionare il sistema imitativo sembra a questo punto totalmente assente o inequivocabilmente compromessa nei bambini con autismo, tuttavia sono state documentate vulnerabilità in tutte le parti del sistema” (2009, pag 24).
Quello che è interessante è che queste vulnerabilità non impedirebbero al sistema di funzionare, ma lo renderebbero inefficiente.
É troppo riduttivo, probabilmente, sostenere che i bambini autistici sono privi o poveri di neuroni specchio e che il deficit imitativo si possa spiegare interamente invocando solo un loro deficit quantitativo
Noi pensiamo fondatamente che il sistema mirror nell’autismo non riesca a formarsi o a funzionare in modo normale.
Innanzi tutto esso potrebbe non distinguere cosa “simulare“ da cosa non “simulare” (praticamente cosa “copiare da cosa non copiare”) poiché viene a mancare un sistema selettore di valori.
Questo sposterebbe e amplierebbe non di poco concettualmente, il problema della causa di parte rilevante dei sintomi autistici rispetto alla semplice denuncia della difettualità dei neuroni mirror. Forse aiuterebbe a capire meglio il ruolo e la responsabilità dei neuroni specchio nella genesi dell’autismo, nell’interno di un quadro di disfunzioni più vaste e a più livelli.
Cioè, non basterebbe il solo supposto deficit quantitativo del sistema specchio, ma occorrerebbe ipotizzare anche una loro distorsione qualitativa e funzionale che farebbe sì che gli schemi di azione siano codificati e attivati in modo caotico e insensato.
Questo fatto induce a pensare che “l’errore” è anche al di fuori del sistema.
Riassumendo: per una serie di cause che si intrecciano tra loro, il sistema mirror potrebbe venirsi a trovare nell’autismo in un incrocio strategico in cui si realizza una catena di eventi sventurata.
Da una parte vi è la ”errata” architettura anatomica di base (condizione genetica) e dall’altra la cattiva informazione proveniente dai sistemi sensoriali che alimentano il sistema (Lambiase 2004). A ciò si aggiunga il disgoverno da parte di strutture di controllo tra cui le “funzioni esecutive” frontali dorsolaterali e le strutture fronto-orbito-mesiali interconnesse al sistema limbico, da cui dipende in gran parte la modulazione e l’armoniosa attività di tutto il sistema.
L’autismo potrebbe essere la prova, a più livelli di gravità, di una specie di “dissociazione multipla”: non partendo o partendo male e/o in ritardo o in modo difettuale il sistema specchio, o anche, come dice Rizzolatti (2009) anche per difetto di connessionalità interneurale.
Non si costruisce un “io stabile, centro fondante dell’identità personale, e i collegamenti con il mondo, in special modo con quello sociale, avvengono sul labile e incerto ponte delle sole risorse cognitive già di per sé fragili e vulnerate dalla noxa patologica.
L’essere nel mondo (“in der Welt Sein”di Heidegger), condizione naturale fornita dalla stabilità dei sistemi specchio, se non sufficientemente supportata da questi, finisce per franare.
Non si formano i meccanismi dell’intersoggettività, manca uno spazio “noicentrico” (Gallese), non compare l’attenzione condivisa, fallisce la cognizione sociale. Alla fine viene a mancare la capacità di inferire in tempo reale intenzioni, scopi, desideri, credenze, opinioni, pensieri, necessità, stati d’animo, emozioni degli altri, tutte cose su cui è basato ininterrottamente l’intreccio dell’umano commercio.
Manca il supporto biologico, fondante e integrante, di un “io” saldamente ancorato al mondo, ordinato ed ordinante che continuamente si costituisce e si “istruisce” mantenendo con il mondo un rapporto di realtà (il mondo è così come deve essere!), senza il quale tutto risulta frammentario, distorto, confuso, instabile e alla fine, illeggibile.
Se i neuroni specchio non esistessero, dovrebbero essere disponibili modalità alternative al lavoro continuo e oscuro di questi “operai” costruttori dell’“io”, che instancabilmente cooperano per costruire una “lettura” del mondo, ma anche della sua realtà esperienziale, cioè di un “io” fenomenologicamente vissuto.
La comparsa nel corso dell’evoluzione dei sistemi specchio, con le loro precipue caratteristiche operative, fornisce la chiave di lettura più logica e coerente del funzionamento del sistema mente/cervello-corpo/mondo, in un ambito di naturalizzazione della conoscenza mai fino a ora così chiaramente individuata, anche se delineata e profeticamente intravista dalla ricerca ispirata di diversi cultori delle scienze umane, filosofiche e neuropsicologiche svoltasi a partire dalla metà del secolo XIX° in poi.
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