Mario Lambiase* Francesca De Luca**
Abbiamo il dubbio che nel maggior numero dei casi la risposta sarà che l’autismo è un particolare disturbo del neurosviluppo che compromette fondamentalmente tre aree importanti della vita di chi ne è colpito e cioè l’area della socializzazione, della comunicazione e l’area immaginativa e vi porteranno a conferma di ciò, un lungo elenco di comportamenti anomali, bizzarri, ripetitivi, ritualistici, di aneddoti, di casi personali e così via.
Ma se voi insistete ancora e chiedete perchè si forma l’autismo, in che modo si costruisce lo stigma che fa dell’autismo un unicum tra le tante alterazioni che colpiscono il cervello umano in via di sviluppo e lo deviano dal suo normale e armonioso corso, troverete delle difficoltà. Le risposte saranno più o meno vaghe e meno facilmente comprensibili.
Ma perchè un bambino autistico (o meglio un bambino con autismo) è diverso da un bambino con deficit cognitivi (i cosiddetti “insufficienti mentali”) o da uno con una disfasia evolutiva (deficit di comprensione e/o produzione del linguaggio) o con un bambino affetto da una sindrome da deficit attenzionale e iperattività (ADHD) o da turbe caratteriali e relazionali ma non di marca autistica?
Perchè tra un gruppo di bambini portatori di queste alterazioni, a un occhio esperto e esercitato non sfugge l’unico bambino che a una successiva attenta e dettagliata valutazione risulterà essere poi portatore di un’autentica condizione autistica?
E qui torniamo alla domanda posta in epigrafe: che cosa hanno i soggetti autistici di “differente” dai soggetti cosiddetti normotipici o da un gruppo di bambini del tipo di quello sopra citato?
Noi avanziamo una risposta che, anche se non riesce a coprire tutto l’ampio spettro del disagio autistico, almeno ne coglie la caratteristica fondante e originale.
Prima di darne la definizione, (non nostra, ma di una delle più impegnate studiose del problema e cioè di Uta Frith, a cui da anni ci ispiriamo per le nostre osservazioni e per le nostre ricerche scientifiche), desideriamo sgombrare subito il campo da un equivoco terminologico, ormai entrato prepotentemente nel repertorio comune.
L’autismo, noi sosteniamo, non è una “malattia” nel senso canonico del termine e per conseguenza non necessita di una “terapia” ma solo di un “trattamento”.
Per noi l’autismo è una sfortunata condizione umana, uno stato esistenziale particolare, un “errore della natura” (e subito dopo cercheremo di precisare come e perchè si verifica) per cui si viene a formare una falla nella predisposizione della mente nel dare un senso al mondo. Il resto è secondario.
Per dirla in poche parole nell’autismo non viene a formarsi l’evidenza naturale del mondo.
Noi cosiddetti “normali”, non abbiamo nessuna difficoltà dinanzi al mondo fisico e in particolare di fronte al mondo umano, ad attribuire significati alle cose, alle parole, ai movimenti, alle espressioni, ai comportamenti degli altri e così via.
Il mondo ci appare normalmente così come i nostri sensi ce lo trasmettono e come il nostro cervello ha imparato a conoscerlo nel lungo apprendimento che ne abbiamo fatto dal momento della nascita in poi.
Con un sistema semplice, quanto naturale e parsimonioso, sin dalla nascita abbiamo scambiato segnali significativi con gli altri in una relazione che si è fatta sempre più fitta e importante fino a arrivare a una specie di “lettura reciproca delle menti” fatta di pensieri, intenzioni, necessità, credenze, scopi.
In questo fitto intreccio di messaggi noi intessiamo continuamente il nostro rapporto con gli altri e teniamo in ordine i nostri comportamenti tenendo conto di quanto accade intorno a noi sforzandoci di capire pensieri, intenzioni, scopi, credenze degli altri e di interpretarne emozioni, sentimenti, stati d’animo e così via.
Senza questo “commercio” interumano, la nostra intersoggettività non si forma o si impoverisce fino talvolta a scomparire nei casi più estremi (leggi autismo).
É sulla base di questo “spazio condiviso” che noi gestiamo pensieri, comportamenti, sentimenti nostri e degli altri, basandoci su un assioma tanto semplice quanto naturale, cioè che noi abbiamo pensieri e sentimenti e che anche gli altri abbiano pensieri e sentimenti diversi dai nostri con i quali possiamo costantemente confrontarci per adattare il nostro agire quotidiano alle situazioni di vita continuamente mutevoli e variabili.
Come faremmo senza questo “ponte” fra noi e il mondo?
Esso ci apparirebbe estraneo, incomprensibile, indefinibile, oscuro, pauroso e perfino minaccioso.
Come ha fatto l’evoluzione a predisporre dei congegni naturali, affinché questo processo si potesse realizzare senza fatica, spontaneamente, partendo fin dai primi momenti della vita extrauterina per poi specializzarsi continuamente dalla nascita alla morte?
E qui entra subito in gioco la grande scoperta delle neuroscienze dei primi anni novanta del 900, che ha cambiato il nostro modo di pensare circa il funzionamento del cervello.
Si tratta della scoperta dei neuroni specchio, cioè di particolari set di cellule nervose specializzate, poste in punti strategici del cervello (aree frontali, parietali inferiori, del cingolo, e recentemente individuati anche nelle aree temporali mesiali e in quelle pre-ippocampiche), tutti punti straordinariamente importanti per la nostra comprensione e azione sul mondo. (Vedi anche Ninno in: “Agorà”, Luglio 2010).
Tale sistema di neuroni multimodali, presenti sia negli animali come le scimmie a noi più vicine e anche in quelle evolutivamente più lontane, ha il compito di “osservare” il mondo fisico (neuroni canonici) e quello umano (neuroni specchio) al fine di com-prenderlo, dargli significato e conseguentemente ad agire su di esso in modo ordinato e finalizzato.
Ovviamente questo sistema non agisce da solo: vi sono anche altri sistemi neurali più elaborati, simbolici, soggettivi, sostenuti dal linguaggio, che lavorano in tal senso, ma il sistema dei neuroni specchio è quello cha agisce in modo più immediato, naturale, automatico e pre-cognitivo per costruire incessantemente, in tempo reale un correlato senso motorio-cognitivo neurale (cioè fisico, iscritto nella “carne”) della nostra conoscenza del mondo.
Ritornando ai neuroni specchio, queste straordinarie cellule nervose non solo sono abilitate a innescare un atto motorio, ma sono anche capaci di imitare e di “ricordare” ciò che vedono fare dagli altri perchè possiedono la capacità di riattivarsi anche quando vedono (e perfino “sentono”) questa azione compiuta da un altro.
In questo modo questi neuroni, essendo in grado di leggere neurofisiologicamente le intenzioni che sottostanno alle azioni, ci permettono di afferrare immediatamente il significato dell’azione che si sta verificando perché essa viene attivata in miniatura, sotto forma simulata, (covert) anche in noi stessi.
Questo vale anche per il campo delle emozioni che a quella azione sono collegate. Quando ad esempio, noi vediamo sul volto di un nostro simile le espressioni fisiche delle emozioni, quando siamo di fronte a un evento disgustoso, a una situazione che ingenera paura e così via, si accendono nel cervello in via simulata, ma assolutamente reale cioè corporea, (da qui il termine proposto da Gallese di embodied simulation o simulazione incarnata), gli stessi circuiti biologici che accompagnano quelle emozioni, che stiamo osservando. É questa la base neurofisiologica dell’”empatia” che viene bene espressa dalla metafora del mettersi “nei panni dell’altro”: “I am like you, because you are like me”, che è come dire: so quel che fai e quel che provi.
Vi sono molte prove che nell’autismo questo sistema specchio naturale sia deficitario (cause genetiche!) o difettuale (con-cause acquisite), per cui la conoscenza del mondo, e quindi l’azione coerente su di esso da parte del soggetto portatore di questa condizione, risulta difficoltata alla base, sia pure a diversi livelli di gravità e estensione.
Poiché il sistema specchio è neurologicamene “alimentato” dai canali sensoriali che portano le informazioni dal mondo, (soprattutto visive, ma anche uditive, tattili, olfattive), una difettosa sensorialità, - cosa ben conosciuta da quanti si occupano di autismo -, può creare difficoltà al funzionamento di un sistema già per conto suo in difficoltà.
Come pure la mancanza di un sopragoverno dei sistemi canonici e specchio, (che noi ipotizziamo nell’ambito delle funzioni esecutive frontali e/o nei controlli fronto-orbito mesiali collegati al sistema limbico), necessario per la loro attivazione e per la loro inibizione, può contribuire alla loro destabilizzazione, totale o parziale.
La conoscenza di questa cascata di eventi non è affatto secondaria per il “trattamento” dell’autismo.
Rimettere in moto con “adeguate stimolazioni” meccanismi sofferenti, restaurarne nei limiti del possibile le funzioni, ristorare i contatti e il gioco sinaptico-connessionale interneurale avvalendosi della forza potente della “plasticità neuronale”, può avere un valore non indifferente in quello che è il più grande desiderio di quanti operano intorno a questi soggetti: aiutarli in qualche modo a uscire dalla loro difficile condizione esistenziale.
Per dirla in breve, non siamo noi a dover entrare nel loro ipotetico mondo chiuso e inaccessibile, in cui i soggetti autistici “volontariamente” (!) si rinchiuderebbero per non comunicare o relazionarsi con gli altri per chi sa quale improbabile e astrusa ragione, si tratta invece del fatto che dobbiamo essere noi a trovare le modalità opportune per facilitare il passaggio del soggetto autistico dal suo caotico mondo mentale percettivo e operativo nel nostro mondo, sfruttando tutte le possibili finestre che si possono presentare.
Non avendo ben funzionanti i sistemi naturali (neuroni canonici e specchio) e dovendo lavorare quasi solo mediante strumenti alternativi cognitivi, (cosiddetta simulazione standard), già di per sé difettosi e rovinati dalla noxa patologica, il soggetto autistico, specie se si tratta di un piccolo bambino, deve ricorrere a un’infinità di comportamenti abnormi, oppure a modalità evitative-difensive che alla fine possono risultare stravaganti e incomprensibili per chi non sa interpretarle alla luce della reale incapacità di questi soggetti di dare un senso al mondo.
Noi sogniamo terre nuove e cieli nuovi per il trattamento dei soggetti autistici che sottratti a “terapie” solitarie, misteriose e basate talvolta su ideologie mistiche e “scuole di pensiero” più o meno originali, vengano riconsegnati ai loro “terapisti” naturali, i genitori che, informati bene e a fondo di tutta la tematica dell’autismo, possano farsi carico in modo diretto dei loro figli sotto la guida indispensabile ma competente e costante di bravi operatori di tutti i livelli.
I presupposti teorici e scientifici con le relative ricadute pratiche vi sono, ma la loro applicazione richiede infinita pazienza, tanta umiltà e volontà di rimettere in discussione qualche tranquilla e consolidata posizione culturale e di prassi quotidiana.
Se qualcuno è interessato a questo progetto, siamo pronti a metterci subito insieme per lavorare.
P. S. Questo articolo è dedicato:
“a tutti i piccoli uccellini spaventati
che svolazzano senza posa
nelle loro invisibili gabbie,
ai loro compagni più grandi,
alla loro sete inappagata
di conoscenza e di libertà,
ai loro meravigliosi genitori
davanti ai quali
abbiamo un solo gesto da compiere
per farci perdonare
la nostra povertà
di cosiddetti uomini di scienza:
metterci in ginocchio”.
*Mario Lambiase è Libero Docente in Malattie del Sistema Nervoso nell’Università di Napoli e Coordinatore Scientifico del Gruppo di Studio e Ricerche sull’Autismo del Centro Medico Riabilitativo don Orione di Ercolano (Napoli).
**Francesca de Luca, neuropsicologa, collabora con il gruppo di studio di Ercolano.





