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Problemi neuromotori nell’autismo.

Angela Aurora Marolla, dott.ssa in Scienze Motorie,

Docente di Educazione Fisica ad Andria (BT) e Bologna.

In questo lavoro vengono analizzate le difficoltà motorie presenti nell’autismo e alcuni tipi di interventi finalizzati a contenerne le espressioni comportamentali anomale.

 

Quando ci troviamo di fronte ad un bambino autistico, molto spesso, non sappiamo come comportarci, non sappiamo se ci capisce, non sappiamo se ciò che facciamo può aiutarlo o può danneggiarlo e soprattutto non sappiamo cosa fare per fermare le sue crisi che alcune volte si presentano all’improvviso con notevole violenza e con etero o auto aggressività.

 

IL PROBLEMA AUTISMO

Quando ho incontrato il primo bambino autistico, mi trovavo ad Urbino, e dovevo preparare la mia tesi di laurea. Ricordo la tensione ed allo stesso tempo la tenerezza che quel bambino mi ha fatto. Aveva circa sei anni ed erano molto evidenti le stereotipie motorie: si dondolava e correva da una parte all'altra della stanza agitando le braccia ed emettendo dei suoni gutturali. Avevo letto diversi testi che parlavano di autismo, di autolesionismo, di aggressività, di chiusura in sé stessi. Avevo anche letto fiumi di parole sul modo di comportarsi di noi tecnici, ma sicuramente quell’esperienza mi insegnò che quasi nulla può essere messo in pratica.

In effetti, se la sindrome autistica resta, ancora oggi, un grande mistero per la scienza, ancora meno si sa sul come affrontare gli strani comportamenti dei soggetti autistici nella vita pratica di tutti i giorni.

Il bambino autistico rappresenta un problema: non comunica in modo comprensibile, non è in grado di controllare se stesso, le proprie emozioni, la propria autonomia. Le sue difficoltà non possono essere inquadrate in un protocollo uguale per tutti e quindi affrontate in maniera indifferenziata per ogni soggetto in difficoltà. Non esistono due soggetti autistici con identiche caratteristiche comportamentali ed anche nelle loro espressioni motorie si può evidenziare una grande diversità di manifestazioni. La triade della socializzazione, della comunicazione e della programmazione che caratterizza la sindrome mostra innumerevoli variazioni rendendo in tale maniera ogni soggetto un caso a sé stante con espressioni che lo rendono unico.

Nel corso degli anni molti studiosi di questa patologia hanno cercato di trovare delle risposte alle richieste di aiuto da parte dei genitori; ma, in realtà, pochissimi sono stati i contribuiti che hanno permesso di poter intervenire sullo sviluppo della personalità del bambino autistico.

La sconfortante conclusione è che la società non può farsene carico e pertanto, poiché il bambino vive nell’ambito familiare, sono le famiglie stesse che devono affrontare, da sole e senza alcun aiuto esterno, il difficile compito di organizzare tutta la loro vita insieme al soggetto autistico trovando soluzioni opportune per tamponare al meglio le innumerevoli crisi che si possono determinare per le ragioni più futili e assolutamente non prevedibili.

Quindi, il genitore deve rimboccarsi le maniche e, senza alcuna conoscenza ma, armato unicamente dell’amore verso il figlio disabile, deve impegnarsi a trovare gli opportuni cambiamenti da apportare all’ambiente di vita per renderlo il più possibile sopportabile per il soggetto e allo stesso tempo deve spiegare a coloro, che hanno il compito di dividere con lui alcuni momenti del giorno, come interpretare il suo comportamento e principalmente come organizzare l’ambiente per aiutarlo a trascorrere un pò di tempo libero con le altre persone normali.

Una tale funzione viene svolta, come ampiamente riferito nella relativa letteratura, quasi sempre da uno solo dei due genitori e nella stragrande maggioranza dei casi dalla mamma del soggetto che si addossa tutto il carico che impone la situazione; tutto ciò l’ho potuto osservare anche nello svolgimento della mia attività professionale.

Le mamme che sono giunte al mio centro si rivolgevano a me chiedendomi di aiutarle principalmente in due cose: come capire il proprio bambino e poi, in conseguenza di questa interpretazione, come poterlo aiutare.

Dai colloqui che avevo e quindi essenzialmente con il loro aiuto sono riuscita qualche volta a trovare, insieme con loro, una spiegazione plausibile allo strano comportamento del loro bambino dal confronto con passate esperienze che naturalmente solo le mamme potevano conoscere. Quando poi affrontavo l’altro impegno del cosa fare, mi trovavo di fronte ad una serie di dubbi peraltro codificati dalle conoscenze diffuse nell’ambito dell’autismo.

Infatti, premesso che:

  • l'autismo fino a pochi anni fa era considerata una malattia misteriosa che non lasciava via di scampo né ai genitori né tanto meno al bambino in quanto assolutamente irreversibile,
  • che le sue cause si andavano a ricercare prevalentemente nella sfera dei rapporti interpersonali ed in particolare nei rapporti madre - bambino,
  • che non si poteva fare altro che rassegnarsi ed accettare come unica soluzione gli istituti e/o gli psico-farmaci;

era chiaro che un supporto terapeutico di tipo motorio, quale io potevo fornire, era visto come una perdita di tempo, che non poteva favorire alcun tipo di miglioramento.

L’OSSERVAZIONE DELLA MOTRICITÁ

Questo principio contravveniva completamente a quanto la mia esperienza nel campo della riabilitazione motoria mi aveva dimostrato. Una tale affermazione, infatti, risultava in totale contrasto con l’altro fondamentale principio della motricità che considera il movimento il primo e il più importante canale che permette all'essere umano di comunicare e di conoscere l’ambiente che lo circonda e nel quale deve trascorrere tutta la vita.

In conseguenza di tale principio, una serie di domande mi assillavano:

Non è forse vero che il bambino diventa adulto nei primi tre anni della sua vita?

Noi sappiamo che ogni essere appena nato è completamente dipendente ma, come fa a comunicare con l’ambiente che lo circonda?

Come riesce a far capire che ha bisogno di qualcosa?

É evidente che la comunicazione esiste ed avviene attraverso il movimento.

É con il movimento che si sviluppa la funzione degli occhi (guarda, segue una traiettoria, ...), della bocca (strilla, succhia, sorride …), delle mani (tocca, accarezza, colpisce ...), delle orecchie (ascolta le parole, sente i rumori, interpreta le melodie ...), e di tutto il corpo. É quindi con il movimento che il cucciolo dell’uomo trasmette il suo messaggio di bisogno e la sua richiesta d’aiuto.

Una tale forma di comunicazione resta fondamentale e spesso la più importante forma in tutta la vita.

Questi pensieri, queste osservazioni, mi venivano prepotentemente in mente, quando osservavo un bambino autistico e quando una mamma mi chiedeva aiuto.

Potevano il disordine comportamentale del soggetto autistico e il suo evidente disturbo motorio essere così profondamente uniti da influenzarsi vicendevolmente?

Se il bambino autistico non sapeva riconoscere la posizione del suo corpo nello spazio, come poteva determinarne i confini per stabilire il sé e il non-sé?

Ma la domanda che maggiormente mi ponevo era:

Potevamo ottenere dei miglioramenti del comportamento curando il suo sistema neuromotorio alterato?

L’INTERVENTO MOTORIO

Sono partita proprio da questi interrogativi per impostare il mio intervento. Avevo stabilito che due dei miei bambini non erano in grado di muoversi in uno spazio circoscritto se non guidati o meglio trascinati da un adulto, così ho iniziato a creare dei percorsi che richiedevano, per non cadere, l’aggancio visivo e la capacità di apprezzare la profondità. Ci sono voluti molti incontri e la creazione di infiniti percorsi per vedere questi bambini muoversi senza cadere ed evitare ostacoli senza aggrapparsi ad essi. Ma allo stesso tempo, anche con la testimonianza dei genitori, mi dovevo rendere conto che le loro capacità di attenzione e di partecipazione al mondo circostante erano aumentate. Le prime lallazioni, l’uso sempre più frequente dell’indicare che mostravano il prorompente desiderio di essere parte del mondo come attore e non più come soggetto passivo, mi mostravano in maniera evidente un cambiamento che investiva l’area comportamentale e per la quale io, coinvolta dal problema motorio, non mi ero per niente impegnata.  

Cosa avevo fatto di tanto straordinario? Perché lo striscio, il camminare carponi, il rotolare, il salire e scendere li aveva resi più attenti, più coordinati? Non avevo forse usato solo il corpo senza mai sentire da loro una parola? Spesso gli esercizi sopra citati sono considerati poco utili e perciò non si fanno fare neppure ai bambini ”normali”, non dimentichiamo che strisciare, rotolare, gattonare… significa stare per terra e sporcarsi, pertanto nella nostra cultura non è possibile che un bambino possa apparire, agli occhi degli altri, disordinato o mal vestito o addirittura sporco. Che vergogna sarebbe per noi! Io, invece, sostenevo e sostengo il contrario, è per questo che sia i miei figli che i bambini del mio centro stanno per terra o sui tappeti con poca roba, possibilmente non nuova, ed in massima libertà. È questo l’unico modo per permettere al corpo di recepire gli stimoli ed inviarli al cervello affinché possano essere elaborati e diventare conoscenza. Lo striscio, i rotoloni, il carponi, lo sappiamo, sono esercizi che non solo coinvolgono tutto il corpo, ma stimolano l’aggancio visivo, la sensorialità della parte anteriore di busto, gambe e braccia; il procedere carponi, dal canto suo influisce sulla coordinazione intersegmentaria e sulla coordinazione oculo manuale. Ora se trasferiamo questi concetti nella vita quotidiana che cosa possiamo ottenere da un bambino con problemi? Per esempio di riuscire a svolgere azioni per lui molto complesse come prendere un oggetto, bere da solo, provare a colorare… Vi sembra poco? Allora vi spiego anche perché dopo aver fatto mesi di percorsi con ostacoli, gradini scale ed attrezzi di gomma piuma ho potuto sentire da genitori che finalmente il proprio bambino durante una passeggiata non è caduto o, ancora peggio, non è stato tenuto sempre per mano. Perché attraverso questi esercizi, sono intervenuta sull’attenzione e sull’aggancio visivo (pensate che sforzo si deve fare per non cadere dalla trave o per non inciampare sugli ostacoli) e udite, udite! avevo ottenuto un allungamento dei tempi attentivi. Ho monitorato ogni bambino, in ognuno di loro notavo dei cambiamenti diversi ma tutti importanti e per ognuno di loro mi chiedevo: perché? Perché io lavoravo con il corpo e loro miglioravano a livello psichico?

L’unica risposta che sapevo dare era che, attraverso il loro corpo, avevo iniziato a dialogare con il loro cervello e che un tale discorso doveva aver coinvolto tale organo in tutto il suo complesso stimolando, quindi, anche altre aree e non solo quelle preposte al movimento.

Ora i bambini mi capivano e me lo dimostravano facendo bene l’esercizio andando a prendere, su comando, un oggetto, rimettendo a posto gli attrezzi, quando avevamo finito. Da allora non mi sono più fermata ed insieme ai genitori, abbiamo lavorato per ottenere di togliere il pannolino, di farci ascoltare sempre di più, di farli camminare da soli, di farsi capire se avevano bisogno di bere o di andare in bagno… e tutto questo, lavorando solo con il corpo e con una serie immensa di esercizi motori. Alcuni di loro non parlavano ed ancora non lo fanno perciò, per soddisfare il loro immenso desiderio di comunicare, oltre agli esercizi di facilitazione per il linguaggio, abbiamo utilizzato cartelli di comunicazione, comunicazione facilitata e attività al computer attraverso le quali imponevo loro di stare seduti, attenti e di guardare ciò che si evidenziava sullo schermo.

LO SVILUPPO DEL BAMBINO

Intorno ai dodici mesi, dopo varie fasi di lallazione e di suoni, inizia a comparire il linguaggio. A tre anni il bambino possiede le capacità neuro-motorie essenziali che gli permettono di interagire con l'altro. Esse dipendono sia dalla maturazione organica sia dall'esperienza personale che è responsabile dello sviluppo corticale del cervello.

A questo proposito bisogna però aggiungere che l’esperienza che un bambino fa, procede sia per prove ed errori che per imitazione. Naturalmente per imitare è necessario sapere decodificare il messaggio e saperlo riprodurre. In un bambino che presenta problemi neurologici questo processo spesso non esiste oppure, non è adeguato nel senso che percepisce uno stimolo con l’area del cervello sbagliata. Nel caso del soggetto autistico, per esempio, questo fenomeno è molto frequente.

Infatti, è proprio in questi primi anni di vita, che lo sviluppo motorio e lo sviluppo psichico vanno di pari passo e s’influenzano a vicenda, perciò noi siamo, per dirla come Piaget, il risultato di ciò che abbiamo e ciò che facciamo. Secondo il profilo fisiologico, quindi, dobbiamo sapere che, come affermava G. Heuyer:

“Esistono dei fasci di associazione fra le cellule motorie ed intellettuali della corticalità e i centri sottocorticali talamici dell'affettività. Vi è un'unità fisiologica talamo corticale e cortico-talamica che si traduce in un aspetto dello sviluppo psicomotorio del bambino".

Ed è proprio in questo stesso periodo (36 mesi) che nel bambino autistico appaiono le prime e più evidenti manifestazioni di alterazioni motorie che in poco tempo si stabilizzeranno in un quadro clinico caratteristico. Ormai le differenti alterazioni motorie che possono essere presenti in un soggetto autistico sono riconosciute da tutti i tecnici e ne possiamo stilare un minuzioso elenco seguendo le indicazioni di L. Bressan (Bollettino dell’Angsa. 2004):

-ipertonia (tensione muscolare eccessiva)

-ipotonia (tensione muscolare insufficiente)

-sincinesie (un movimento volontario in una parte del corpo ne provoca un altro, involontario, in un’altra parte del corpo)

-inversione dei riflessi (uno stimolo provoca un riflesso motorio inverso a quello normale)

-movimenti compulsivi, poco o per nulla controllabili da parte del soggetto, come spasmi, tics, nistagmo oculare, tremori, certe «stereotipie» motorie, ecc.

-dis-cinesie (difficoltà a coordinare il ritmo e l’intensità dei movimenti)

-disprassie (incapacità di programmare alcuni movimenti diretti ad uno scopo)

-aprassie (incapacità di iniziare certi movimenti diretti ad uno scopo)

-mancanza di coordinamento: incapacità a gestire contemporaneamente i movimenti di diverse parti del corpo, variabili da caso a caso.

Tali alterazioni sono ormai riconosciute come caratteristiche nell’autismo e spesso, alcune di esse, sono considerate come fondamentali tratti dell’espressione del problema. Tuttavia, ancora oggi, la grande maggioranza dei tecnici, preposti alla presa in carico dei soggetti autistici, si impegnano principalmente all’osservazione delle carenze dei sistemi di comunicazione interpersonale e all’interpretazione psicologica degli atteggiamenti anomali del comportamento autistico. Un robusto intervento, incentrato principalmente su una riabilitazione delle funzioni motorie e quindi sul recupero dei movimenti di base alterati nei soggetti autistici in modo da ristabilire il naturale equilibrio dell’organizzazione delle funzioni cerebrali preposte a tali attività, ancora è da venire.

Ciò avviene, sebbene il progresso delle neuroscienze abbia posto sempre più in risalto l’importanza dei percorsi cerebrali preposti al movimento del corpo umano. Sono tali percorsi, infatti che, nell’ambito del processo evolutivo che ha portato all’avvento dell’uomo, hanno fornito il substrato su cui si sono andate a realizzare le nuove facoltà intellettive che hanno reso possibile l’attuale sviluppo e strutturazione sia anatomica che funzionale del cervello.

Alberto Oliverio (Mente e cervello: un falso dilemma? A cura di P. Calissano. 2001. Il Melangolo. Pag. 83), considera come fondamentale acquisizione delle ricerche nell’ambito delle neuroscienze l’aver potuto stabilire che:

“... la coscienza non è altro che un meccanismo attraverso cui un organismo dà inizio a movimenti che consentano di acquisire informazioni sull’ambiente presente e passato ... il pensiero cosciente è strettamente correlato con l’attività di aree della corteccia responsabili di movimenti reali o “immaginari”: in altre parole la stessa area del cervello entra in funzione, quando immagino un movimento e quando questo viene pianificato. Parlare, cioè articolare una sequenza di sillabe, rassomiglia, in termini di eventi muscolari sequenziali, a scheggiare una selce o a scagliare una lancia. In modo analogo, esperienze cinestetiche come in alto e in basso, destra e sinistra, dentro e fuori, hanno man mano fornito la base fisica e concreta per lo sviluppo di simboli e metafore utilizzate nel linguaggio. Esiste insomma uno stretto intreccio tra motricità e pensiero, sia dal punto di vista della storia naturale dell’uomo, sia dal punto di vista ontogenetico, sia dal punto di vista del modo in cui la nostra mente funziona oggi…”

Su questo dogma ho fondato il mio lavoro ed ogni volta che ho preso in carico un bambino, l’ho pensato come un neonato al quale dovevo dare l’opportunità di raggiungere la massima indipendenza attraverso la stimolazione di tutti gli organi di senso e quindi attraverso il movimento simultaneo di occhi, bocca, orecchie e tatto che ricevono uno stimolo, inviano un messaggio al computer di bordo (il cervello) che lo elabora e invia una risposta attraverso gli stessi apparati (sistema di feed bach).

Sul rapporto, poi, tra percezione e motricità, ancora Oliverio (Prima lezione di neuroscienze. 2002. Editori Laterza. Pag. 71 – 72) annota:

“La motricità non ha quindi soltanto aspetti motori, ma ha conseguenze più generali, poiché coinvolge altri sistemi, come quello percettivo. Anche se i movimenti dipendono prevalentemente dalle aree e dai sistemi motori del cervello, tutto il cervello è in qualche modo coinvolto nel controllo della motricità. Anche le aree che decodificano le sensazioni, attraverso le quali percepiamo lo stato di tensione dei muscoli o la posizione di un arto, esercitano un loro ruolo in quanto, attraverso il loro feed back, cioè attraverso informazioni retroattive, ci informano su come un particolare movimento viene eseguito: senza queste informazioni il movimento è impreciso, grossolano o addirittura bloccato. Pensate a quando si prova un formicolio ad una gamba: questa sensazione deriva dalla compressione di un nervo che trasmette le sensazioni al sistema nervoso o dalla compressione di un vaso che irrora quel nervo e gli consente di essere attivo. Ma quando si hanno le formiche, quando un arto è intorpidito, i sistemi motori pur non essendo coinvolti direttamente, funzionano male perché sono alterati i meccanismi sensoriali, in particolare le informazioni propriocettive, quelle che ci permettono di renderci conto della localizzazione spaziale degli arti, dello stato di tensione muscolare ecc. in qualche misura, per rispondere alla domanda “Chi sono io?” bisogna anche rispondere alla domanda “Dove sono io?”.

CONCLUSIONI

Scrivere queste osservazioni è stato molto importante per me perché sono riuscita ad avvalorare la tesi secondo la quale il cervello non è un organo a sé stante, al contrario per dar vita alle sue potenzialità ha la necessità di utilizzare un canale di intermediazione che è il corpo. Fin qui non ho detto nulla che già non si sapesse, in realtà ciò che non si dice, ma si sa, è che per cercare di ottenere anche un lieve recupero in un bambino con difficoltà, a maggior ragione se questo è autistico, è fondamentale capire prima di tutto in che modo è possibile collegarsi a lui, (attraverso quale organo di senso recepisce), dopodiché non ci si deve più fermare nel senso che il suo corpo deve essere così stimolato attraverso esercizi motori e sensoriali, da ottenere necessariamente una risposta comportamentale da parte del bambino. Nel momento in cui si ottiene una risposta è automatico che il cervello di quel bambino si è attivato. Tutto, a mio avviso, può essere modificato perciò non mi stancherò mai di dire a tutti che ogni bambino con problemi non deve essere lasciato commiserare dagli altri, ma deve poter dimostrare di essere una persona. Per farlo ha bisogno di noi ma, finché ci sostituiremo a lui non otterremo nulla. Il corpo ed il suo modo di esprimersi è ciò che si vede, per questo noi dobbiamo intervenire affinché ciò che si vede sia positivo per chi gira intorno al bambino.

BIBLIOGRAFIA

L. Bressan, Disturbi motori associati all’autismo, Bollettino dell’Angsa, marzo 2004

A. Oliverio, L’intelligenza del corpo. Da: Mente e cervello: un falso dilemma? A cura di P. Calissano. Introduzione di R. Levi Montalcini. Il Nuovo Melangolo, 2001

A. Oliverio. Prima lezione di neuroscienze. Editori Laterza, 2002

martedì 11 febbraio 2014